“L’abbazia di Northanger” – di Jane Austen

Autore: Jane Austen
Genere: Classico romantico/satira gotica
Titolo originale: Northanger Abbey
Prima pubblicazione ufficiale: 1818
Casa editrice: Collezione “Storie senza tempo” – https://www.storiesenzatempo.it/
Lingua originale: inglese

L’abbazia di Northanger (Northanger Abbey) è uno dei romanzi meno conosciuti ma anche più insoliti di Jane Austen, contraddistinto da sfumature in stile gotico che accompagnano le vicende dell’anti-eroina di questa storia, Catherine Morland, e che ben si differenzia dai romanzi dell’autrice a cui siamo abituati. Scritto per primo e terminato nel 1803, fu pubblicato postumo solo nel 1818 insieme a “Persuasione”, dallo stesso editore che aveva pubblicato “Emma” qualche anno prima.

Trama

Catherine Morland è una giovane ragazza di diciassette anni che vive con la sua famiglia in un piccolo paesino di campagna, dove la monotonia e lo stile di vita semplice ed ordinario del luogo non rendono facile fare nuove conoscenze ed aspirare ad un qualche scopo di vita più ambizioso.

L’unico svago è rappresentato da alcune visite ai vicini di casa e amici di famiglia, gli Allen, che un giorno invitano Catherine a trascorrere qualche settimana con loro nella cittadina di Bath, occasione che la giovane coglie al volo con entusiasmo.

Catherine non è mai stata particolarmente avvezza allo studio o alle mansioni domestiche, frequenti sono infatti le allusioni dell’autrice al fatto che non sia la classica eroina che ci aspetta dai romanzi, in quanto dipinta come una ragazza dai modi semplici, non particolarmente piacevole esteticamente e senza alcun particolare talento se non la grande passione per i romanzi in stile gotico.

Bath è il luogo ideale per fare il proprio debutto in società, costellato di eventi mondani e di serate a teatro che rappresentano perfettamente la società dell’epoca, fatta di tanta apparenza e di poca sostanza.

Catherine farà la conoscenza di due famiglie influenti, i Thorpe ed i Tinley, i primi che le impongono prepotentemente la loro presenza ed i secondi a cui aspira a farne parte, complice il tenero incontro con uno dei figli del Generale Tinley, Henry.

“Ogni giovane signora può sentirsi vicina alla mia eroina in questo momento fatale, poiché ogni giovane signora ha, in un momento della sua vita, conosciuto un analogo turbamento. Tutte sono state, o quanto meno si sono credute, in pericolo per l’attenzione di qualcuno che desideravano allontanare; e tutte sono state ansiose e desiderose delle attenzioni di qualcuno al quale volevano piacere.”

I Tinley inviteranno a loro volta Catherine a passare qualche giorno con loro presso l’ex abbazia di Northanger, un’antica dimora di loro proprietà che a prima vista sembra essere la perfetta scena di un crimine misterioso, proprio come i romanzi gotici a cui lei è tanto appassionata. Fantasticherie di ogni genere che non le farà dormire sonni tranquilli ma da cui dovrà disilludersi ben presto in quanto frutto solo della sua ampia immaginazione e per cui la stessa autrice sembra quasi prendersene gioco.

Ma non è l’unica incomprensione: una volta venuto alla luce il malinteso che ha fatto credere al Generale Tinley di avere di fronte una ricca ereditiera come futura nuora di suo figlio, e che giustifica il suo invito presso l’abbazia che altrimenti non avrebbe avuto luogo, verrà concesso alla nostra protagonista quel tanto atteso lieto fine.

Interpretazione/valutazione

Pur essendo la prima opera di Jane Austen, e quindi stilisticamente prematura e ancora non ben consolidata, è indubbio il suo innato modo elegante e raffinato di scrivere e la sua capacità di ricreare scene ed ambientazioni che rendono i suoi racconti sempre affascinanti.

La protagonista non viene dipinta come la classica eroina dei romanzi, perfetta ed irraggiungibile, frequenti infatti sono i passaggi in cui l’autrice si sofferma su come dovrebbe essere o non essere la tipica eroina dei libri, quasi fosse lei stessa incerta su come rappresentarla.

Catherine infatti viene rappresentata come una ragazza ingenua, poco posata, non particolarmente avvenente e senza alcun particolare talento per quelli che erano i crismi dell’epoca, ma in realtà questi tratti non fanno altro che dare un carattere di autenticità a questo personaggio, che più che mai si avvicina ad una ragazza dei giorni nostri: inconsapevole del proprio avvenire, semplice e senza grilli per la testa, piena di sogni e speranze per il futuro ed in cui viene naturale immedesimarsi.

L’intero libro è una satira del romanzo gotico molto in voga a quei tempi, che rende quest’opera insolita rispetto al vasto bagaglio di Jane Austen. L’unica pecca è che l’ambientazione dove si manifesta l’elemento misterioso e suggestivo (l’abbazia per l’appunto), si limita agli ultimi capitoli soltanto, dandocene un breve e frettoloso assaggio e che avrebbe potuto rendere il racconto un’opera caratteristica a tutti gli effetti, che di per sé invece ha una trama piuttosto basic ed ordinaria.

Mi hanno fatto sorridere le dinamiche relazionali, sia di amore che di amicizia, che fondamentalmente non sono così diverse da quelle attuali ma che oggi esprimiamo semplicemente in maniera diversa e con un minor riserbo rispetto all’epoca: il dubbio che un’amicizia non sia totalmente sincera, la sensazione di lusinga derivante da un corteggiamento, la delusione provocata da un amore non corrisposto o la circostanza di non far fede ad un impegno sentimentale (vedi Isabella ed i suoi atteggiamenti “civettuoli”), elementi che ci fanno sentire non poi così lontani da quelle antiche tradizioni.

Usi e costumi ormai superati ma che stupisce sempre ricordare, insiti in una società ossessionata dal salvaguardare le apparenze e dal non infangare una buona reputazione. Basti pensare ad esempio a quanto fosse sconveniente per la donna ballare per due volte di fila con lo stesso uomo, rifiutare l’invito ad unirsi ad una compagnia di persone od unirsi ad una combriccola di soli uomini, non essere dotata di un talento particolare per il disegno o la musica. Elementi che oggi fanno sorridere, e forse anche un po’ indignare, ma che sono frutto di un’epoca che nel bene e nel male ci ha preceduto.

“[…] Vorrete concedermi che nella coppia l’uomo ha il privilegio della scelta, e la donna soltanto la facoltà di rifiutare […]”

Veronica

Jane Austen (Steventon, 16 dicembre 1775 – Winchester, 18 luglio 1817) è stata una scrittrice britannica e figura di spicco della narrativa neoclassica inglese.

Figlia di un pastore anglicano e penultima di otto figli, sei maschi e due femmine, fu legata particolarmente alla sorella Cassandra (che, come l’autrice, non si sposerà mai), con la quale intrattenne una fitta corrispondenza andata per la maggior parte distrutta.

La sola immagine che ci rimane di Jane Austen è un ritratto della sorella Cassandra da cui poi sono derivati tutti i ritratti ufficiali dell’autrice e dove emerge sempre quello sguardo nostalgico e solitario. Jane era molto riservata, malinconica, aveva i suoi angoli preferiti dove rifugiarsi dal mondo esterno per dedicarsi alla cosa che amava di più: la scrittura.

Jane venne educata in casa sotto la guida del padre che le insegnò il francese e le basi della lingua italiana e contribuì alla sua crescita letteraria grazie ad una collezione di libri che contava circa cinquecento volumi.

Tutto il mondo della giovane scrittrice viene riproposto nelle sue opere: ad eccezione di pochi, tutti i suoi brani sono dedicati infatti ad amici e parenti.

Tra le sue opere più note abbiamo “Orgoglio e pregiudizio”, noto oggi anche per le sue trasposizioni cinematografiche, e “Ragione e sentimento”.

Jane morì alla giovane età di 41 anni a causa del morbo di Addison, una malattia ai tempi incurabile.

Romanzi

Ragione e sentimento (1811)

Orgoglio e pregiudizio (1813)

Mansfield Park (1814)

Emma (Emma, 1815)

L’abbazia di Northanger (1803 – pubblicato postumo nel 1818)

Persuasione (pubblicato postumo nel 1818)

Racconti

Lady Susan (1794, 1871)

Sanditon (1871, incompiuto)

I Watson (1871, incompiuto)

Juvenilia

Tre raccolte, dai toni umoristici o gotici, di racconti, poesie, bozze di romanzi e parodie che emulavano la letteratura dell’epoca

E altri lavori

Classificazione: 4 su 5.

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