“Eredità” – di Vigdis Hjorth

Autore: Vigdis Hjorth
Genere: Narrativa straniera/romanzo d’attualità
Periodo di pubblicazione: maggio 2020
Casa editrice: Fazi Editore
Pagine: 374

Eredità è un romanzo di attualità forte ed autentico, un racconto illuminante che smuove le coscienze e coglie il lato più intimo di chi ha vissuto un’esperienza di vita atroce, dove la questione dell’eredità è solo una facciata dietro cui si nascondono delle vecchie questioni in sospeso. Premiato dai librai norvegesi come miglior libro dell’anno è diventato un best seller che ha assicurato all’autrice, Vigdis Hjorth, un successo di fama mondiale.

Trama

Quanto possono essere intricate e complesse le relazioni familiari per via si segreti inconfessabili e vecchi rancori sepolti? Sono questi gli ingredienti del romanzo di Vigdis Hjorth, che ha come protagonisti quattro fratelli adulti che si trovano di fronte al testamento di famiglia dei due genitori anziani i quali non sembrano aver l’intenzione di ripartire in modo equo i beni familiari tra figli e nipoti.

Ma ciò che si nasconde dietro una presunta disparità di trattamento in realtà è una vicenda ben più complessa: la storia è raccontata dal punto di vista della maggiore dei quattro, Bergljot, che ha tagliato i ponti con la famiglia da ormai ventitré anni dopo aver confessato, o almeno provato a confessare, gli abusi sessuali subiti dal padre in tenera età.

Ma né la madre né i fratelli si sono mai schierati dalla sua parte, nessuno della sua famiglia sembra averle mai creduto fino in fondo, questo avrebbe significato infatti ammettere di avere a che fare con un criminale, di mettere in discussione una stabilità ed un’indipendenza tanto faticosamente raggiunta ed essere oggetto di uno scandalo troppo difficile da gestire e sopportare.

“Chissà che cosa c’era in gioco per mia madre, quando scattava subito sulla difensiva, quando stava sempre all’erta, quando reagiva come era successo dalla commercialista il quattro gennaio. Eppure nel corso degli ultimi ventitré anni non si era mai rivolta a me con un: Raccontami cosa pensi di aver vissuto.”

Quindi meglio tacere, vivere di un equilibrio precario, far finta che nulla sia successo, tentare di mettere insieme i cocci senza aver mai affrontato il problema di fondo, piuttosto che aprire il vaso di pandora ed affrontare la nuda e cruda verità: questo è stato l’atteggiamento della famiglia con cui Bergljot ha dovuto fare i conti per tutta la vita e che l’ha portata a vivere un’esistenza tormentata da ricordi dolorosi, relazione difficili, incomprensioni ed una pace emotiva rovinata per sempre.

“Non si diventa buoni quando si soffre. Di norma, quando si soffre, si diventa cattivi. La discussione su chi abbia sofferto di più è puerile. Di norma, coloro che hanno subito abusi rimangono mutilati a livello emotivo e la loro vita affettiva risulta distrutta.”

Per tutti questi motivi Bergljot non mostra interesse per le vicende riguardanti l’eredità, perché il passato ha un valore molto più grande rispetto ad una questione residuale come quella della spartizione dei beni, ma decide comunque di schierarsi dalla parte del fratello, Bård, che ne fa una questione di principio del valore economico delle due case oggetto del testamento e destinate alle altre due figlie, Astrid e Åsa.

Quelle due sorelle che rappresentano l’altra faccia della medaglia, quelle degne di essere considerate figlie perché si sono sempre prese cura dei genitori, che non li hanno abbandonati o accusati ingiustamente, che non hanno creduto all’inconfessabile, a ciò che è sempre stato taciuto.

“Si trattava, per citare Ibsen, di una menzogna esistenziale, quella che non puoi portare via ad una persona, senza toglierle allo stesso tempo la felicità.”

I fatti accaduti non hanno impedito a Bergljot di costruirsi una famiglia, di avere dei figli e diventare nonna, di avere delle profonde amicizie e dei punti di riferimento, ma non senza pagare il prezzo di quanto accaduto, una continua lotta alla sopravvivenza fatta di paure, dubbi, ricordi spiacevoli, che in quei sporadici contatti con la famiglia sembrano riemergere con tutto la loro forza devastante.

Interpretazione/valutazione

E’ un romanzo che mi ha piacevolmente stupito, credevo di trovarmi di fronte ad un racconto semplice e leggero ma in realtà è una storia ben più profonda, che tratta di un argomento molto attuale, quello dell’abuso su minori, di cui ancora oggi si parla troppo poco e su cui c’è ancora troppa omertà.

Ho apprezzato il modo in cui l’autrice si sofferma sul lato emotivo di colei che ha subito l’abuso, e su come ciò che le è successo ha influenzato i suoi rapporti interpersonali creando delle cicatrici indelebili che purtroppo non si possono rimarginare completamente neanche con il tempo.

L’ho trovato autentico nel modo in cui vengono dipinte le dinamiche familiari che si creano a seguito di un evento del genere, non c’è nulla di romanzato, quasi fossero pezzi di vita vissuti: la vergogna, il silenzio, i segreti, le incomprensioni.

Perché l’abuso è qualcosa che esternamente non si vede, non si può provare, non è una violenza carnale nuda e cruda, e la gente ha bisogno di vedere per credere, ha bisogno di prove per incolpare.

Ma l’abuso in un certo senso è ben peggiore perché si tratta di una manipolazione mentale, ed inflitta ad un bambino che non è ancora in grado di distinguere tra cosa è giusto e cosa è sbagliato, che non sa ancora cosa sia la sessualità, sconvolge completamente la sua sfera emotiva e ha delle conseguenze irreparabili, privandolo per sempre della spensieratezza e della leggerezza tipica di quell’età.

I bambini hanno la naturale tendenza a pensare che qualsiasi cosa succeda sia causa loro, sono più vulnerabili, ecco perché è più facile acquisire la fiducia di un bambino e comprarsi il suo silenzio, ma questo è un meccanismo che purtroppo viene interiorizzato anche da adulto, lasciando sempre un costante senso di inadeguatezza ed, inconsciamente, la sensazione di non essere mai meritevoli dell’amore di qualcun’altro.

Il concetto di amore viene completamente stravolto, perché la prima forma di amore che si riceve è quella di un aguzzino sotto le mentite spoglie di una persona cara e questo ha il potere di far sentire quel bambino-adulto sbagliato ed inadatto per tutta la vita, e con un costante senso di sfiducia nel prossimo.

Non è facile trovare la forza di confessare o, come nel caso di Eredità, farlo ma senza che venga dato il giusto peso alla cosa, facendo sì che il prezzo da pagare sia un enorme fardello che ci si porta sulle spalle per tutte la vita e che rende le persone che hanno vissuto un’esperienza del genere, e hanno la fortuna di poterlo ancora raccontare, dei veri e propri sopravvissuti.

Una storia forte, d’impatto, dolorosa, tagliente, a cui forse avrei dato un finale un po più conclusivo, posto il fatto che l’argomento non si presta ad avere un finale da “vissero felici e contenti”.

Veronica

Vigdis Hjorth (Oslo, 1959), è una delle scrittrici norvegesi più conosciute e stimate. Ha esordito nel 1983 con Pelle-Ragnar i den gule gården, grazie al quale il Ministero della Cultura norvegese le ha attribuito il premio per il miglior romanzo d’esordio. Ha pubblicato più di trenta libri, fra cui una ventina di romanzi, conquistando i premi letterari più svariati. Eredità, vincitore del Norwegian Booksellers’ Prize e del Norwegian Critics Prize for Literature – i due principali riconoscimenti norvegesi –, è il romanzo con cui ha ottenuto la fama internazionale, rientrando nella rosa dei finalisti del National Book Award for Translated Literature nel 2019.

Classificazione: 4 su 5.

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