“Città sommersa” – di Marta Barone

Autore: Marta Barone
Genere: Biografia e romanzo socio-politico
Periodo di pubblicazione: gennaio 2020
Casa editrice: Bompiani
Pagine: 304

Un viaggio personale in cui la narratrice e coprotagonista della storia ripercorre il rapporto col padre venuto a mancare poco tempo prima, e cerca di ricostruire un passato ambiguo ed ombroso che lo riguarda attraverso testimonianze, archivi e documenti, aprendo inconsapevolmente un vaso di pandora con cui sarà costretta a fare i conti. Inserito nella lista dei dodici candidati al Premio Strega 2020, città sommersa è una storia individuale che si interseca con la storia collettiva del comunismo degli anni 70 a Torino.

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Marta, classe 1987, scrittrice ventiseienne in preda al classico blocco dello scrittore e validatrice di proposte editoriali, si è da poco trasferita a Milano. Figlia di genitori separati, ha perso il padre da qualche anno a causa di un cancro al fegato, Leonardo Barone, che nel corso del libro verrà menzionato semplicemente come L.B.

Marta, durante la serata di Santo Stefano a casa della madre a Torino, ritrova una memoria difensiva che riguarda l’arresto del padre per partecipazione a banda armata nel 1982.  L.B., scappato dalla Puglia per studiare medicina a Roma, entrò a far parte dei movimenti politici operai di Torino, ma fu in seguito incolpato ingiustamente di essere un terrorista dopo aver prestato assistenza, in quanto medico, ad un componente di Prima Linea. Da quel processo fu assolto con formula piena ma fu un evento che lo segnò profondamente.

Marta era vagamente a conoscenza di quell’episodio avvenuto anni prima che lei nascesse, anche se su di esso il padre non hai mai voluto dilungarsi in spiegazioni o dettagli; una vicenda ricoperta da un ingiustificabile alone di mistero su cui nessuno si era mai fatto troppo domande. Ma è proprio il ritrovamento di quella memoria difensiva che suscita in Marta la curiosità e la necessità di andare in fondo a quella storia, un viaggio lungo, doloroso e destabilizzante che la porterà a scrivere quel famoso romanzo che fino ad allora non era mai riuscita a concretizzare.

Quello col padre è stato un rapporto per la maggior parte del tempo conflittuale, lontano anni luce dal rapporto convenzionale padre-figlia, complice forse una personalità sfuggente ed un’anima tormentata che Marta non hai mai compreso fino in fondo e con cui si è sempre sentita in difetto.

Non somigliava a nessun adulto che conoscessi e non somigliava a un genitore: era senza regole, irresponsabile, irrazionale.” “…con lui non avevo vicinanze. L’unico linguaggio che avevamo in comune erano i miti greci.”

Marta inizia a fare ricerche, a consultare opuscoli e faldoni, ad interrogare persone, tra cui l’ex moglie, Agatha, da cui apprende che Leonardo Barone all’epoca dei fatti era entrato a far parte del Pcim-l: il partito marxista-leninista Servire il popolo, a Torino che era la città delle fabbriche.

Servire il popolo si basava sulla convinzione che gli intellettuali dovessero abbandonare le loro abitudini “borghesi” per dedicarsi al partito e nient’altro, e molti dei loro membri furono costretti a cedere parte del loro patrimonio e del loro reddito mensile al Pcmi-l, tra cui lo stesso Leonardo, che aveva finito gli esami di medicina in anticipo e che avrebbe potuto essere già da tempo un medico laureato, mentre invece era costretto a lavare i tram a cedere tutto il suo stipendio a loro.

La si può identificare quasi come una sorta di setta, fatta di regole rigide ed incoerenti e di un fanatismo ideologico di fondo, che imponeva le proprie restrizioni non solo sulla sfera sociale ma anche su quella privata, sfociata poi nelle Brigate Rosse, un’organizzazione terroristica di estrema sinistra che sviluppò la lotta armata per rivendicare il comunismo. Crudeltà indicibili e atti di terrorismo estremo di cui l’autrice e coprotagonista ci lascia delle spiazzanti testimonianze.

“Eppure parecchi si resero conto abbastanza in fretta di che trappola stava calando su di loro, e se ne andarono nel giro di un anno o due. Ciò che era incomprensibile, dunque, non era come mai ci fosse entrato. Ma come mai, al pari dello scrittore di molti altri, ci fosse rimasto fino alla fine.”

Queste rivelazioni sconvolgono Marta, si rende conto di non aver mai conosciuto suo padre fino in fondo e cominciano a vacillare anche quei pochi ricordi sbiaditi di cui ha memoria. Si trova così non solo a documentarsi tramite la ricerca di fonti scritte ma a varcare lei stessa i luoghi in cui il padre è stato e dove presumibilmente sono accaduti fatti degni di nota che lo hanno profondamente segnato.

“Mi sembra di conoscerlo. Lo conoscevo fin nei suoi anfratti più foschi, brutali, dozzinali. Lo conoscevo anche nei suoi attimi di limpidezza. Pensavo di averlo capito tutt’intero. Ma adesso dovevo prendere atto che non lo conoscevo bene come credevo – che forse non lo conoscevo affatto.”

Un percorso che porta Marta a rivalutare il padre e a comprenderne le azioni, anche quelle più discutibili, un brillante giovane impegnato in lotte studentesche, costretto a sposarsi troppo presto per volontà del partito, un uomo onesto e generoso, un punto di riferimento per amici e i membri del partito più vicini, un bravo oratore in grado di far presa sulle folle tramite discorsi autentici, un eroe in tutta la sua imperfezione. Un uomo che ha voluto gettarsi alle spalle un passato scomodo e che si è rialzato di nuovo, ha amato di nuovo e ha avuto una bambina.

“Avrei voluto che questa storia me la raccontasse lui. Avrei voluto avere il tempo di sentirla. Ma in un certo senso sono consapevole che il libro esiste perché non c’è più l’uomo.”

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Quello di Marta Barone è un memoir autentico, spiazzante, che lascia increduli e senza parole. Reale e toccante sia nella descrizione del rapporto padre-figlia sia nel mostrare le stranezze e le atrocità del sistema politico della fine degli anni 70, un passato che tendiamo a lasciarci alle spalle ma che in realtà non è così lontano dai giorni nostri.

Le vicende vengono raccontate senza mezzi termini, non c’è nulla di romanzato e l’autrice non cerca in alcun modo di addolcire i fatti, e se questo da una parte è apprezzabile perché lo rende un racconto reale e schietto, dall’altra l’ho trovato poco fluido e scorrevole, anche per i continui salti temporali che ho fatto fatica a ricostruire.

E’ un genere letterario ibrido assimilabile ad una biografia, ma concretamente ha più un carattere saggistico, ed è proprio lo stile utilizzato dall’autrice che la porta a non scendere nella descrizione profonda di personaggi e stati d’animo e a renderlo, dal mio punto di vista, freddo e distaccato.

Tuttavia è un romanzo nel suo complesso valido ed apprezzabile perché in grado di smuovere le coscienze, di far aprire gli occhi e lasciarci increduli di fronte alle vicende narrate, ma soprattutto è un’inconfutabile prova del grande lavoro di ricerca e di crescita personale dell’autrice stessa.

Veronica

Marta Barone (Torino, 1987) è traduttrice e consulente editoriale. Ha pubblicato tre libri per ragazzi e “Città sommersa” è il suo romanzo d’esordio come genere politico-sociale, inserito nella lista dei dodici candidati al Premio Strega 2020.

Classificazione: 3.5 su 5.

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