“Exit West” – di Mohsin Hamid

Autore: Mohsin Hamid
Genere: Romanzo fantapolitico
Anno di pubblicazione: 2017
Casa editrice: Einaudi
Traduzione: N. Gobetti

“La gente comprava e vendeva case allo stesso modo in cui comprava a vendeva azioni, e ogni anno qualcuno se ne andava e qualcun altro arrivava, e ora si stavano aprendo tutte quelle porte da chissà dove, e arrivava ogni sorta di strana gente…. e quando usciva l’anziana signora aveva la sensazione di essere emigrata anche lei, che tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, perché non possiamo evitarlo. Siamo tutti migranti attraverso il tempo.”

Exit West è una storia che parla di guerre e di immigrazione attraverso gli occhi di due giovani rifugiati, Saeed e Nadia, tra cui nasce una storia d’amore nel bel mezzo di una guerra civile che sconvolge il loro paese trascinandosi dietro devastazione e dolore.

L’unica via d’uscita è rappresentata da alcune porte misteriose che sono in grado di proiettare chi le attraversa in un’altra parte del mondo, e qui entra in gioco il curioso espediente narrativo utilizzato dall’autore che combina realtà e fantascienza intrecciando la storicità degli eventi con una possibilità di fuga immaginaria.

Tramite queste porte Saeed e Nadia atterrano a Mykonos, Londra e poi San Francisco, trovando rifugio inizialmente in alcuni campi profughi e poi in strutture via via più accoglienti, dove si trovano a fronteggiare continuamente il pericolo di rappresaglie da parte dei nativi che a loro volta si sentono minacciati dai migranti che sembrano spuntare come per magia in ogni angolo del paese ed in gruppi sempre più numerosi.

Ma la stessa velocità con cui i due protagonisti si ritrovano catapultati in un altro territorio sembra proiettarsi anche sulla loro relazione affettiva, un legame forte e coraggioso che sembra pian piano affievolirsi, non riuscendo a trovare più nell’altro quella complicità con cui hanno sfidato un’imminente carneficina per trovare una via di salvezza.

“Ogni volta che si spostano, due partner, se la loro attenzione è ancora rivolta l’uno verso l’altra, cominciano a vedersi in modo diverso, perché le personalità non hanno un unico immutabile colore, come il bianco o il blu, ma sono come schermi illuminati, e le sfumature che proiettiamo dipendono da ciò che ci circonda. Così era stato per Saeed e Nadia, che in quel nuovo posto erano cambiati l’uno agli occhi dell’altra.”

Temi attuali e dolorosi che vengono però affrontati in una specie di mondo parallelo, sorvolando sul calvario del viaggio che viene dipinto come una sorta di teletrasporto, e focalizzandosi sul lato emotivo dei protagonisti che cercano di trovare la forza per sopravvivere ad un terrorismo crudele.

Ho apprezzato il modo in cui viene dipinta una storia d’amore reale, autentica, con le difficoltà di un contesto che inevitabilmente si ripercuote su un legame affettivo, creando scenari imprevedibili e dolorosi, supportato da un linguaggio limpido e pulito che nonostante non si prolunghi in descrizione puntigliose e dettagliate è capace di far vivere la storia in prima persona a chi la legge e di immedesimarsi nei personaggi.

La storia dei due giovani protagonisti si alterna a quelle di altri personaggi che vengono inserite senza un apparente filo logico all’interno del racconto ma con l’obiettivo di mostrare che in ogni parte del mondo qualcuno cerca di evadere da una situazione ostile e di trovare un futuro più accogliente.

L’uso delle porte come metafora del viaggio è intrinseco di un messaggio significativo, tutti siamo migranti attraverso il tempo perché cerchiamo continuamente il nostro posto del mondo, qualcosa o qualcuno da cui sfuggire perché non ci appaga, ed anche quando non ci spostiamo fisicamente il mondo attorno a noi si evolve ad un ritmo incalzante facendoci sentire la necessità di trovare anche noi quella collocazione di noi stessi dove ci possiamo sentire migliori, spesso tirando fuori uno spirito di adattamento che non sapevamo di avere.

Tuttavia il binomio storico-fantasy mi ha lasciato con una sorta di amaro in bocca, sarebbe stato a mio avviso più interessante dare una precisa collocazione spazio-temporale alla storia. La porta come metafora sostitutiva dell’atto concreto del viaggio, se da un lato ci fornisce diversi spunti di riflessione ed è la forza caratterizzante del romanzo, dall’altro può dare l’impressione di voler utilizzare una scorciatoia per non trattare la parte più esasperante della vita di un migrante, ad esempio quella della traversata via mare con tutti i disagi ed i pericoli che ne derivano.

A mio parere la componente più cruda e realistica avrebbe dato un volto a 360 gradi al tema dell’immigrazione e ne avrebbe reso più fluida e lineare la storia.

Sicuramente un romanzo inusuale nel modo in cui viene affrontato un tema di attualità, ma sincero ed in grado di centrare il bersaglio anche nelle poche pagine che lo compongono.

Veronica

Monhsin Hamid (luglio 1971) è uno scrittore pakistano. Ha frequentato la Princeton University e la Harvard Law School, lavorando poi per diversi anni come consulente aziendale a New York. “Nero pakistan” e “Il fondamentalista riluttante” sono stati due fra i suoi romanzi più famosi e dall’ultimo è stato tratto anche un film.

Classificazione: 4 su 5.

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